Non è un libro per bambini. O forse sì, ma non solo

Di Giovanni Falcone si è scritto tutto. Saggi, inchieste, biografie accademiche. Questo libro di Luigi Garlando sceglie un'altra strada: un padre porta il figlio Giovanni a Palermo il 23 maggio, giorno dell'anniversario della strage di Capaci, e lungo il cammino gli racconta la vita del giudice. Voce alta, tono semplice, niente retorica inutile.

L'ho letto in treno, in un paio d'ore. A un certo punto mi sono accorto che stavo rileggendo un paragrafo tre volte, non perché fosse oscuro, ma perché mi era entrato sotto pelle senza che me ne accorgessi. Questo è il tipo di scrittura che non si annuncia.

Cosa funziona davvero

Il meccanismo narrativo regge. Il dialogo padre-figlio non scivola mai nel didascalico, che è il rischio principale di questo formato. Garlando conosce il pericolo e lo evita quasi sempre. Qualche passaggio è più schematico, onestamente, ma sono pochi e il ritmo generale non ne soffre.

La forza del libro sta nel tenere insieme due registri: la storia di un uomo che sapeva di rischiare la vita e ha scelto di non fermarsi, e la storia di un rapporto tra padre e figlio che cerca le parole giuste per parlare di coraggio senza renderlo astratto.

A chi lo consiglio

A chi ha figli tra i 9 e i 14 anni e vuole un'occasione concreta per parlare di legalità senza sembrare una lezione. Ma anche a chi adulto non ha mai approfondito la storia di Falcone: questo libro non semplifica, seleziona. C'è differenza.